Il mercatino di Salvatore Bisogni e l’incontrovertibilità del fondamento

Articolo per la rubrica "L'architettura dopo la Storia" per "il Quotidiano del Sud"

Pier Giuseppe Fedele | Lunedì, 20 Gennaio 2020

“A Roma fin dalle origini la città è il confluire insieme, il convenire di persone diversissime per religione, per etnie, ecc., che concordano soltanto in forza della legge”: così Cacciari scrive del fondamento delle nostre città, descrivendo la differenza tra la Polis greca – fondata su abitanti appartenenti alla stessa stirpe – e la Civitas romana, fondata sul ‘ciò che viene prodotto dal ‘mettersi insieme di diverse persone sotto medesime leggi’. La radice del nostro co-abitare sono le Civitas. Tra i luoghi più rappresentativi di questo mettersi insieme vi è il mercato; esso è luogo di relazione e di socialità, ed è storicamente uno spazio aperto. L’architettura ‘dopo la Storia’ guarda alla origine delle cose (arché), da essa muove, verificando – nella discesa verso la contingenza del tempo (chronos) - la validità sovratemporale (aiòn) del Fondamento, a cui torna. Questo è il caso del Mercatino e Centro Sociale di Sant’Anna di Palazzo (quartiere San Ferdinando) a Napoli. Fu progettato dall’architetto Salvatore Bisogni nel 1980. In una trama urbana storica, Bisogni pensa un edificio collettivo che apre il fitto tessuto storico dei Quartieri Spagnoli, e dona uno spazio che rappresenta le ragioni civili del vivere collettivo. Si tratta di un piccolo complesso destinato in parte a mercato rionale e in parte a centro sociale, che interpreta l’istanza fondativa dell’architettura della città: costruire un luogo delle relazioni in cui la collettività possa riconoscersi, un luogo identitario per il quartiere. La composizione delle parti che compongono l’insieme architettonico è chiarissima. Lo spazio del mercato viene risolto con un’architettura ossea, leggera, che apre per accogliere; alla base della copertura/riparo, sul piano strada, Bisogni pone, come contrappunto alla leggerezza della struttura di copertura, un corpo murario stereotomico, pesante, che definisce lo spazio funzionale del mercato. In architettura non si crea nulla, si cerca sempre qualcosa nel passato, andando oltre le risposte funzionali e oltre la questione della tecnica. La pseudo aula civica – aperta - del mercato, muove dall’idea che oltre le risposte funzionali (l’ “immersione” dell’oggetto nel divenire) si nasconde il ‘vero’ dell’architettura, l’essenziale del Tema architettonico, l’incontrovertibile: per il mercato coperto, il tema specifico è il ‘riparo’, il luogo dello stare protetti al cospetto della Natura, tema tanto caro agli Illuministi. L’architettura è espressione della costruzione (Mies van der Rohe), quindi è atto che presuppone una volontà che va oltre la necessità di assolvere a uno scopo. Ecco perché la sovrapposizione dei termini ‘costruzione’ e ‘tecnologia’ è una menzogna, che il mercato tenta di far passare: la Tecnica presuppone una volontà politica (una poièsis). Il mercatino di Bisogni è una critica alla città in divenire, sempre più destinata ad abitanti ridotti a consumatori. Per questo l’architetto affianca al mercato un luogo aggregativo per la cultura, un edifico destinato alle attività sociali del quartiere. Questa parte, per idea, ricorda l’istituzione dei ‘Club’ progettati dall’Avanguardia sovietica degli anni ’20, dove si produceva cultura e si formava il ‘pensiero collettivo’; per forma, la grande lezione del Razionalismo architettonico napoletano, incarnato in Luigi Cosenza.