Le “Vele” di Scampia: fallimento di un’utopia o della ricerca di un’alternativa dell’abitare.

Francesco Matrone | Mercoledì, 18 Marzo 2020

E’ da qualche settimana, in occasione del recente via libera al processo di demolizione della “vela verde”, che si è riacceso il dibattito sulla questione dello sviluppo della periferia Nord di Napoli. Le cosiddette “vele” e cioè i corpi di fabbrica di edilizia economica e popolare che occupavano i lotti M ed L del quartiere Scampia/Secondigliano sono state, sin dalla loro edificazione, l’icona del fallimento di politiche sociali, comunitarie, urbanistiche e architettoniche dell’Italia della seconda metà degli anni ’60.
Proprio in quegli anni il Comune di Napoli approvava il piano di zona sulla scia della legge 167/62 che sostanzialmente autorizzava, con i fondi della Cassa del Mezzogiorno, la costruzione di alloggi a basso costo per fronteggiare l’enorme richiesta abitativa. Il progetto di espansione viene commissionato all’architetto palermitano Franz Di Salvo che già nel 1945 proprio a Napoli aveva dato prova della sua operazione di razionalizzazione dei quartieri periferici con la realizzazione di quelle che possiamo definire Siedlung nel rione Cesare Battisti a Poggioreale.
L’architetto progetta un complesso residenziale formato da edifici con struttura “a torre” e “a tenda” accoppiati da un ballatoio centrale, opportunamente distanziati tra loro, con assi principali inclinati di 45° rispetto all’assetto urbano generale e convergenti in parallelo su un grande vuoto a nord, il parco di Secondigliano, destinato ad accogliere edifici con funzione civica e spazi di aggregazione collettiva per integrare ed equilibrare la massiccia funzione residenziale prevista dall’impianto.
Ciò che perviene a noi oggi è il più grande mercato della droga a cielo aperto del mondo, il simbolo della criminalità organizzata e del degrado in cui versano in linea di massima tutte le periferie italiane accomunate da questo tipo di intervento.
Il caso di Scampia è quindi il caso di tutti grandi interventi macrostrutturali come ad esempio il Corviale a Roma (Fiorentino, Valori, Lugli, Gorio) e lo ZEN a Palermo (Gregotti, Purini, Bisogni), uniti da un unico telos: La ricerca di un’alternativa dell’abitare. Una ricerca ispirata sugli analoghi movimenti di Le Corbusier con l’Unité d'Habitation a Marsiglia e in altri punti della Francia e della Germania, fondata su nuovi rapporti dimensionali, su nuove dinamiche urbane, su una nuova idea di città. Un chiaro intento di sviluppo programmato e razionale del territorio e di creazione di luoghi (locus) che, estesi anche alle periferie, rappresentino sempre il fine ultimo (eskaton) dell’uomo (Aristotele). E’ proprio attorno a questa definizione di luogo - di una concezione che si oppone a quella di spazio (condizione geografica a-priori), del suo essere richiamo a una dimensione socio-culturale dell’uomo e della sua memoria - che va ricercato il senso di queste utopie. Grandi edifici residenziali integrati con edifici con funzione civica (elementi fondamentali e inscindibili tra loro), grandi vuoti indispensabili per portare la natura dentro l’insieme urbano che possano adeguare il nuovo limite della condizione umana alla sua nuova dimensione post rivoluzione industriale. La comprensione che la città, così come era stata strutturata fino all’Ottocento, non fosse più in linea con tutto ciò che invece aveva interessato la sfera sociale, politica, economica e culturale del Novecento.
La difformità con quanto realizzato a Scampia in termini urbani (mancata realizzazione degli edifici collettivi), volumetrici (aumento del 25% degli alloggi), tecnici (distanze tra i corpi di fabbrica minori del previsto) e tecnologici (uso del cemento in luogo dell’acciaio per i ballatoi) rispetto al progetto di Di Salvo non permette di poter esprimere una critica che possa definirsi architettonica.
La fondatezza dell’idea di architettura e del suo essere-per-tutti e non essere-per-se (Emery), la ricerca tipologica, la modernità dell’impianto planimetrico distingue le “vele” da tanti casi di speculazione edilizia che hanno completamente cambiato il paesaggio del nostro paese. L’ abbattimento del complesso permetterà finalmente allo Stato di riprendere il controllo di un territorio martoriato da faide e guerre tra clan e diventato ormai invivibile per tutti i suoi abitanti. Sul piano teorico/urbanistico torna prepotentemente a porsi la questione sulle periferie, i non-luoghi come li definiva Marc Augè, e su ciò a cui l’architettura, questa volta non solo essa, è chiamata a rispondere.

 

Didascalie immagini
- Vele di Scampia, prospettiva
- Vele di Scampia, schizzo planimetrico del masterplan originario